Wednesday, July 28
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L’anno in cui Juve e Toro corsero più forte del terrorismo – La Stampa

TORINO. Fu una corsa punto su punto. Chi c’era quel campionato se lo ricorda benissimo ancora adesso e chi non ne ha memoria diretta ne avrà di certo sentito parlare. Soprattutto da queste parti, a Torino. Fu un campionato che fece epoca, perché una storia così, sulle rive del Po non si era mai vista e mai più accadde: Juve e Toro che dalla prima giornata ingaggiano una incredibile battaglia e si rincorrono e sorpassano domenica dopo domenica, fino a aggiungere all’epilogo thrilling degli ultimi novanta minuti. Con il Toro che strapazza il Genoa in casa e la Juve che a Marassi spedisce la Samp in Serie B. 

Scudetto ai bianconeri con 51 punti, seconda piazza per i granata – campioni d’Italia in carica – con 50. Su 60 disponibili. Una cavalcata incredibile, con il regista di quel Toro, Eraldo Pecci, che oggi ricorda con un pizzico di malinconia e il suo tipico sarcasmo: «Se avessimo fatto 60 punti, la Juve ne avrebbe fatto 61». E con il bomber Pulici che torna con la mente a un suo incontro con il presidente Giampiero Boniperti che gli disse: «Dimenticatevi di vincere lo scudetto, la Juve non lo perde due anni di fila».

“Storie di Matteo Marani – 1977, Torino di piombo” una puntata dedicata a uno dei più bei duelli tra Torino e Juventus

Un altro calcio, un altro mondo, un’altra città. A raccontarli su Sky Sport, da oggi martedì 24 novembre, è Matteo Marani che in 1977, Torino di piombo colloca quella lotta per lo scudetto all’interno del tragico periodo in cui si consumò: calcio e sangue si sfiorano in una città plumbea che vede in quella sfida una delle non molte occasioni di distrazione dal conflitto quotidiano che avvolge il centro, le periferie, le scuole, l’università, le fabbriche. La tensione è nell’aria, la respiri. C’erano dirigenti e quadri Fiat che prima di uscire di casa ascoltavano la radio per sentire se avevano sparato a qualcuno, in caso affermativo, andavano al lavoro più tranquilli: non sarebbe toccato a loro. A Torino c’è paura. Ma lo stadio è zona franca, lì contano solo il pallone, le maglie bianconere e quelle granata. 

Il terrorismo colpisce duro, quasi ogni giorno c’è una gambizzazione tanto da dover creare un reparto ospedaliero a posta. E ci sono i morti. Tanti. Troppi. C’è il processo al nucleo storico delle Brigate Rosse, in pochi trovano il coraggio di accettare la nomina di giudice civile, l’avvocato Fulvio Croce pagherà con la vita il solo fatto di avere accettato di difendere gli imputati, il vicedirettore de La Stampa, Carlo Casalegno, viene ammazzato davanti a casa da Raffaele Fiore e Patrizio Peci, e anche Prima Linea dà il via alla sua striscia di sangue. La città-fabbrica è ormai intima con la violenza e lo scontro sociale, la Fiat è in crisi così come il sindacalismo alle prese con la sinistra extraparlamentare. Il pallone però non smette di rotolare sul prato verde.

È in questo contesto – ricostruisce Marani – che prende vita quella meravigliosa sfida calcistica, figlia anch’essa di due realtà contrapposte, con il Toro per cui fa il tifo la borghesia torinese e la Juve adottata dagli operai immigrati dal Sud Italia. La difesa delle radici sublimata nella sfortunata storia granata contro la voglia di riscatto dei meridionali che passa per il bianconero della famiglia Agnelli. L’operaio che tifa per la squadra del padrone perché sa che è con essa che può finalmente vincere  si contrappone al tremendismo granata di chi sa che deve lottare per difendere ogni centimetro.

È la prima Juve di Trapattoni, che mischia senatori e giovani promesse, contro la scudettata macchina da gol di Radice, che gioca all’olandese. Bettega e l’“interista” Boninsegna da una parte e Pupigol e Graziani dall’altra. Brasil contro il Poeta del gol e Furino contro Zaccarelli. La guerra dei mondi in salsa sabauda. Due squadre senza calciatori stranieri dalle quali Enzo Bearzot attinge a piene mani per formare la Nazionale che entusiasmerà gli italiani nel ’78 argentino e quella che ne conquisterà per sempre il cuore a Spagna ’82. 

Marani ricostruisce quell’anno torinese attraverso le testimonianze di chi c’era, dentro e fuori dal campo: Antonio Cabrini, Eraldo Pecci e Paolo Pulici, Ezio Mauro, Simona Ventura e Sandro Veronesi. Tra immagini d’archivio e documenti d’epoca (come l’invito, per lettera, fatto ai giocatori della Juventus di presentarsi in ritiro con i capelli corti), ci restituisce la fotografia di una città che somiglia ben poco alla Torino di oggi. E lo fa senza sentimentalismi e facile ricorso al pathos, preferendo una fredda ricostruzione. Da cronista più che da narratore. 

Terrorismo rosso e terrorismo nero hanno segnato in Italia oltre un decennio, lo hanno insanguinato e marchiato a piombo. I conti non sono stati ancora del tutto regolati e i misteri svelati. Verità storica e verità giudiziaria non hanno sempre parlato la stessa lingua. E non deve essere facile per un ragazzo del 2020 capire fino in fondo cos’è stata quel periodo. Il compromesso storico e le divergenze parallele sono formule lunari per chi è abituato ad hashtag e TikTok. Questa puntata di Storie di Matteo Marani può aiutarli a fare qualche passo nella giusta direzione e offrire loro possibili spunti di approfondimento. Perché il calcio non è mai solo calcio.

In un anno (anche) di morte, Juve e Toro furono una variazione sul tema che fino a maggio fece sognare i tifosi delle due squadre, ma la cui tenzone appassionò tutti gli innamorati del pallone. Una sola squadra conquistò lo scudetto, ma l’altra si iscrisse a pieno diritto nella storia dello sport di questo Paese. Magra consolazione penseranno i tifosi granata, ma l’epica vuole che ci sia anche uno sconfitto, che non per questo è meno caro agli dei. 

In quel 1977 Juventus e Torino corsero più forte del terrorismo. E vinsero insieme. 

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